L’amministratore delegato di Instagram, Adam Mosseri, ha testimoniato mercoledì che la piattaforma non crea “clinicamente dipendenza”, contrastando le accuse secondo cui Meta dà priorità al profitto rispetto al benessere dei giovani utenti. Il processo, un caso chiave in un’ondata di cause legali contro la dipendenza dalla tecnologia, è incentrato sulla possibilità che i progetti dei social media sfruttino deliberatamente la psicologia umana.

La controversia principale: dipendenza contro impegno

Mosseri ha descritto Instagram come un’azienda che implementa solide misure di sicurezza per gli utenti adolescenti, riconoscendo i potenziali danni e affermando che l’azienda testa a fondo le nuove funzionalità. Ha fatto una distinzione tra impegno occasionale e dipendenza clinica, sostenendo che mentre le persone possono essere eccessivamente assorbite dai social media, ciò non equivale a una dipendenza riconosciuta dal punto di vista medico. Lo ha definito simile al godersi un avvincente programma televisivo: coinvolgente, ma non intrinsecamente patologico.

“C’è sempre un compromesso tra sicurezza e parola”, ha detto Mosseri. “Stiamo cercando di essere il più sicuri possibile e di censurare il meno possibile.”

Questa affermazione evidenzia la tensione fondamentale per le società di social media: bilanciare la protezione degli utenti con la libertà di espressione, affrontando al contempo la responsabilità legale.

L’ondata crescente di cause legali per dipendenza dalla tecnologia

Mosseri è il primo dirigente a testimoniare in questo caso Bellwether, portato da una donna californiana di 20 anni (K.G.M., o Kaley) e parte di una più ampia offensiva legale da parte di adolescenti, scuole e procuratori generali dello stato. Queste cause sostengono che i meccanismi di dipendenza dei social media competono con quelli dei casinò o delle sigarette, sfruttando le vulnerabilità psicologiche.

Le aziende tecnologiche sostengono che non esistono prove scientifiche conclusive per dimostrare la dipendenza, citando la legge federale che le protegge dalla responsabilità per i contenuti generati dagli utenti. Tuttavia, la posta in gioco è alta: la vittoria del querelante potrebbe sbloccare danni sostanziali e imporre una riprogettazione dell’app.

Perché è importante

L’esito di questo studio potrebbe rimodellare il modo in cui i social media sono regolati e progettati. Se il tribunale si pronunciasse a favore del querelante, potrebbe aprire le porte a cause simili, portando potenzialmente a sanzioni finanziarie significative e a modifiche obbligatorie alle interfacce utente delle piattaforme. Questo caso non riguarda solo Instagram; è un test per verificare se le aziende tecnologiche possono essere ritenute responsabili degli effetti psicologici dei loro prodotti, una questione con implicazioni di vasta portata per il futuro dell’interazione digitale.

L’importanza del processo risiede nel tentativo di definire il confine tra impegno innocuo e dipendenza dannosa. La decisione costituirà un precedente sul modo in cui le aziende tecnologiche bilanciano l’innovazione con il benessere degli utenti, costringendole potenzialmente a dare priorità alla salute mentale rispetto alla massimizzazione del profitto.